CARNEVALE DI TUFARA

Quando e dove
  • Martedì 28 Febbraio 2017
  • Tufara (CB)
Riferimenti e contatti

Martedì 28 febbraio 2017

  • ore 14:30 per le vie del paese uscirà la maschera della tradizione Tufarola IL DIAVOLO con tutti i suoi componenti
  • ore 15:30 le altre maschere della tradizionali: GIURIA, MADRE e PADRE di Carnevale, U PISCIATUR.
  • ore 17:30 Pioggia di Dolci In PIAZZA Largo del Carmine
  • ore 18:00 PROCESSO, CONDANNA E MORTE DI CARNEVALE in piazza Garibaldi.

IL "DIAVOLO" - MASCHERA DELLA TRADIZIONE TUFAROLA

La maschera tradizionale del "Diavolo". Tufara, 17 gennaio. Mentre la campana scandisce dall'alto del campanile, con i suoi rintocchi, il mezzogiorno, "ha inizio il carnevale". E' salutato dalla esibizione di un asino rivestito di stracci, condotto da persone camuffate da pagliacci: questi, con sapienti battute, tra il serio e il faceto, divertono la gente. Da questo momento, per il paese, si respira un'aria diversa, elettrizzante, strana: senza distinzione alcuna, tutti, invasi da una febbrile attesa, sono in continuo fermento, impegnati in preparativi rivolti al prossimo fatidico martedì grasso. Questo giorno è speciale per la piccola comunità: il paese si popola all'inverosimile, è invaso da turisti, curiosi, che giungono dalle più disparate località; decine di emigranti ritornano, vengono richiamati da un qualcosa di inspiegabile, un vero e proprio ritorno alle origini, allo scopo di visitare la famiglia, ma anche di rendere omaggio alla tradizione, sulla falsariga di una festa pasquale o natalizia. Già molto è stato detto e molto è stato scritto sul Carnevale di Tufara e sulla sua maschera tradizionale: "il Diavolo". La maschera di Tufara è tra quelle che conservano le antiche caratteristiche, da cui traggono origine. Anche se il suo significato primitivo si è in parte perduto, essa rappresentava, un tempo la passione e morte di Dioniso, Dio della vegetazione, le cui feste si celebravano in quasi tutte le antiche società agrarie.

Il "Diavolo" e i suoi guardiani

Dioniso, il Dio che ogni anno moriva e rinasceva, come la vegetazione, è rappresentato dalla maschera zoomorfa, il Diavolo, che indossa sette pelli di capra cucite addosso, quasi a voler rievocare un lontano rito di smembramento di cui non si ha più coscienza. Il capro, infatti, era la forma più frequente nella quale il Dio si manifestava. La rappresentazione della sua passione, che in tempi lontani era una cerimonia sacra, in periodo cristiano venne banalizzata e declassata a semplice maschera carnevalesca, aggiungendovi una serie di figure stratificatosi nel tempo. In questa forma è giunta fino ai nostri giorni. Il Diavolo, trattenuto in vita con catene dai Folletti, i suoi guardiani, gira per le strade del paese, saltella, cade a terra, si rotola, si rialza, corre, cercando di sedurre chi incontra per iniziarli ai sui misteri.

"La pantomima"

Le maschere della Morte, vestite di bianco con il volto impiastricciato di farina, che precedono di qualche metro il Diavolo, starebbero a simboleggiare la purificazione attraverso la morte. Se il seme muore e con la morte nel terreno, è purificato, la primavera ce lo restituirà in raccolto. Il roteare delle falci, il gesto stesso del falciare che la Morte compie, indicherebbe il momento del raccolto; queste due maschere compiono anche una funzione coreografica attraverso salti e grida. La pantomima di Tufara si differenzia da altre simili, in quanto la figura del capro-espiatorio è qui stranamente presentata in duplice aspetto: non solo la si intravede tra il corpo irsuto e le pieghe della maschera del Diavolo, ma anche tra la paglia e la tela del pupazzo simulacro, identificato con il carnevale, da scaraventare tra le zolle di terra dall'alto di un precipizio.

Pupazzo-simulacro, che viene processato e condannato da una scanzonata Giuria, nonostante gli appelli tragico comici della Mamma e del Padre per salvarlo. Esso morirà, ma non la speranza, poiché la Madre-parca, con in mano il filo del destino: conocchia e fuso, ha già pronto un altro neonato-simulacro, portato nella culla del Padre, che darà così continuità al rito.


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